Le emozioni sono relazioni. Nell’adolescenza le relazioni dell’infanzia, comprese quelle con i genitori, vengono contestate, rifiutate. Ne vengono costruite altre, con i genitori, gli insegnanti, gli amici, gli oggetti del mondo. Per costruire queste relazioni si elaborano conflitti. I giovani dispongono ancora della capacità di elaborare conflitti, di trattenersi dal gesto magari violento? Sono in grado, con l’educazione emotiva ricevuta, se l’hanno ricevuta, di riconoscere i loro sentimenti, le loro pulsioni, la qualità della loro sessualità, la loro aggressività? Oppure il mondo emotivo vive dentro di loro come un ospite sconosciuto al quale non sanno dare un nome? Se così fosse, se non riuscissero cioè a dare un nome alle proprie emozioni, a sillabarle, sarebbe come se le radici del loro cuore si fossero inaridite. Si troverebbero, così, a muoversi nel mondo pervasi da un timore inaffidabile con una vigilanza aggressiva che potrebbe, in qualche caso, portare a percepire gli altri come nemici da temere o da aggredire. I genitori non distratti, almeno quelli che non hanno eletto il denaro come generatore simbolico di tutti i valori e che riescono a intuire il disagio dei figli pur non riuscendo a declinarlo, si sentono intimoriti nel costruire, con loro, la nuova relazione. La comprensibile difficoltà di comunicazione diventa allo stesso tempo causa e alibi per rifugiarsi nel silenzio, favorendo così l’avanzamento del deserto emotivo.
Questa difficoltà va superata innanzitutto combattendo contro il torpore indotto dalla quotidianità. Parlare significa aiutare i figli a sentire il proprio cuore e quindi aiutarli a governare la propria vita con una adeguata conoscenza di sé. Significa aiutarli ad individuare una meta e a far loro intravedere la possibilità di superarla. Significa dare speranza per un futuro libero da ansia, inquietudine, perplessità e insicurezza. Significa contribuire a costruire un mondo migliore. É del tutto errata, infatti, la convinzione che la giovinezza rappresenti nella nostra vita un periodo transitorio, destinato a passare.
Non è vero che i giovani rappresentano il futuro perché un giorno diventeranno adulti: il futuro è descritto nel presente dei giovani, ed è questa la vera speranza. D’altro canto come potrà mai sperare nel futuro la nostra società senile se, per timore o per rassegnazione, pur di confermare le proprie convinzioni nel “sano realismo”, svilisce la condizione giovanile emarginando, di fatto, le più potenti energie, biologiche e intellettuali, proprie della giovinezza?
Riconoscere e liberare il mondo emotivo è il mezzo che consentirà di costruire relazioni e legami affettivi di solidarietà, spingendo così le persone a uscire fuori dall’isolamento nel quale la società tende a rinchiuderle.
In questo modo sarà possibile oltrepassare il nichilismo.
Mi capita, a volte, di sfogliare un vecchio libro dove tengo, come segnalibro, una cartolina di un caro amico, ora sindaco, spedita dal festival nazionale dell’Unità di Napoli nel settembre del 1976.
L’allora giovane amico scriveva all’allora adolescente l’augurio “per un’Italia rinnovata e migliore”. Nello stesso periodo il mio insegnante di lettere, saggio e illuminato, si riferiva al futuro come al “medioevo prossimo venturo”. La storia, dal 1976 ad oggi, sembra aver confermato la previsione del mio insegnante. Ma speranza e saggezza non sono fra loro antagonisti, bensì complementari. Tanto è vero che si è rafforzata in me la convinzione che la speranza per un mondo migliore è sempre viva se, finalmente, i rapporti contrattuali non prevarranno più sulla solidarietà. Per questo, dopo il medioevo, prepariamoci ad accogliere nelle nostre case un altro ospite, questa volta ben più desiderato: il nuovo Umanesimo.
N.d.A.: Queste riflessioni traggono spunto da svariate letture, fra le quali segnalo “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani” di Umberto Galimberti – Ed. Feltrinelli – novembre 2007.
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Nichilismo e speranza: riflessione sui giovani
Le emozioni sono relazioni. Nell’adolescenza le relazioni dell’infanzia, comprese quelle con i genitori, vengono contestate, rifiutate. Ne vengono costruite altre, con i genitori, gli insegnanti, gli amici, gli oggetti del mondo. Per costruire queste relazioni si elaborano conflitti. I giovani dispongono ancora della capacità di elaborare conflitti, di trattenersi dal gesto magari violento? Sono in grado, con l’educazione emotiva ricevuta, se l’hanno ricevuta, di riconoscere i loro sentimenti, le loro pulsioni, la qualità della loro sessualità, la loro aggressività? Oppure il mondo emotivo vive dentro di loro come un ospite sconosciuto al quale non sanno dare un nome? Se così fosse, se non riuscissero cioè a dare un nome alle proprie emozioni, a sillabarle, sarebbe come se le radici del loro cuore si fossero inaridite. Si troverebbero, così, a muoversi nel mondo pervasi da un timore inaffidabile con una vigilanza aggressiva che potrebbe, in qualche caso, portare a percepire gli altri come nemici da temere o da aggredire. I genitori non distratti, almeno quelli che non hanno eletto il denaro come generatore simbolico di tutti i valori e che riescono a intuire il disagio dei figli pur non riuscendo a declinarlo, si sentono intimoriti nel costruire, con loro, la nuova relazione. La comprensibile difficoltà di comunicazione diventa allo stesso tempo causa e alibi per rifugiarsi nel silenzio, favorendo così l’avanzamento del deserto emotivo.
Non è vero che i giovani rappresentano il futuro perché un giorno diventeranno adulti: il futuro è descritto nel presente dei giovani, ed è questa la vera speranza. D’altro canto come potrà mai sperare nel futuro la nostra società senile se, per timore o per rassegnazione, pur di confermare le proprie convinzioni nel “sano realismo”, svilisce la condizione giovanile emarginando, di fatto, le più potenti energie, biologiche e intellettuali, proprie della giovinezza?
Riconoscere e liberare il mondo emotivo è il mezzo che consentirà di costruire relazioni e legami affettivi di solidarietà, spingendo così le persone a uscire fuori dall’isolamento nel quale la società tende a rinchiuderle.
In questo modo sarà possibile oltrepassare il nichilismo.
Mi capita, a volte, di sfogliare un vecchio libro dove tengo, come segnalibro, una cartolina di un caro amico, ora sindaco, spedita dal festival nazionale dell’Unità di Napoli nel settembre del 1976.
L’allora giovane amico scriveva all’allora adolescente l’augurio “per un’Italia rinnovata e migliore”. Nello stesso periodo il mio insegnante di lettere, saggio e illuminato, si riferiva al futuro come al “medioevo prossimo venturo”. La storia, dal 1976 ad oggi, sembra aver confermato la previsione del mio insegnante. Ma speranza e saggezza non sono fra loro antagonisti, bensì complementari. Tanto è vero che si è rafforzata in me la convinzione che la speranza per un mondo migliore è sempre viva se, finalmente, i rapporti contrattuali non prevarranno più sulla solidarietà. Per questo, dopo il medioevo, prepariamoci ad accogliere nelle nostre case un altro ospite, questa volta ben più desiderato: il nuovo Umanesimo.
N.d.A.: Queste riflessioni traggono spunto da svariate letture, fra le quali segnalo “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani” di Umberto Galimberti – Ed. Feltrinelli – novembre 2007.
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